Ospedali Riuniti Reggio Calabria, ennesimo caso di mala sanità: “Un parto non può trasformarsi in tragedia” – Il racconto della “vittima”

Ospedale Riuniti RC: Quando un parto sfiora la tragedia, parla la “vittima”.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO la dichiarazione di una paziente, vittima di un caso di “mala sanità” in quel degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Storia, per fortuna, terminata nel migliore dei modi possibile.

Quella della malasanità è una piaga a livello sociale che accomuna tutte le città italiane e non. Al centro di molte polemiche ed avvenimenti vi sono soprattutto i centri ospedalieri del Sud Italia. Oggi viene portato alla luce dalla nostra lettrice, un episodio tristemente diffuso al giorno d’oggi, conclusosi fortunatamente bene, ma che sarebbe potuto finire in tragedia. Il fatto, è avvenuto negli Ospedale Riuniti di Reggio Calabria, dove nel Giugno scorso una donna è stata ricoverata per eseguire i vari accertamenti soliti a precedere il più comune parto cesareo, tutti con il migliore degli esiti. “Il giorno del parto, sono stata portata in sala operatoria e li mi  è stato effettuato il cesareo in una sala priva di aria climatizzata”. Nei tre giorni -continua la donna- successivi al parto ho accusato forti dolori all’addome accompagnati da febbre alta e non mi è stata mai disinfettata la ferita. Pochi giorni dopo un’ecografia ha riportato un ematoma interno ed un’ infezione che hanno cominciato a curarmi con antibiotici”.

Nelle ore successive la donna collassa a causa della continua febbre alta, ma come da lei stessa dichiarato: “Nessun medico era in reparto per soccorrermi e solo con l’intervento dei Carabinieri, interpellati dai miei familiari, sono stata condotta in rianimazione”. Giunta in rianimazione le fu rotto l’ematoma senza alcuna anestesia, “In modo disumano” come lei stessa afferma. Tuttavia i parametri sembravano tornare alla normalità e così la signora venne ricondotta nel reparto di ginecologia.

Fu dopo qualche ora che la febbre ricominciò a risalire e la cosa fu ritenuta normale dai medici che difatti dimisero la donna se pur lei non si sentisse ancora guarita: “Sono stata dimessa con la ferita aperta e infettata. Due giorni dopo ho avvertito dolori strazianti al fianco destro e decisi di andar fino in fondo alla questione facendo un’ecografia da un privato che evidenziò una grossa quantità di liquido infiammatorio attorno ad alcuni organi. Sono corsa subito in ospedale, ho fatto diversi accertamenti grazie all’efficienza del pronto soccorso ed è venuto fuori che avevo contratto durante la permanenza in ospedale uno dei più potenti batteri ospedalieri: acinetobacterbaumannii per il quale una persona su cinque muore“. Da qui ebbe inizio una forte ed indispensabile cura antibiotica che non essendo facilmente reperibile doveva essere ordinata prontamente dagli addetti: “Una di queste dosi, addirittura, non mi è stata somministrata, me ne sono accorta nonostante l’infermiera mi avesse detto il contrario, e solo dopo ripetute incitazioni ha confessato di non averlo fatto perché in quel momento non aveva a sua disposizione la dose. Il giorno dopo era stato tutto azzerato, avevo di nuovo la febbre e il liquido infiammatorio all’interno del mio addome aumentava e necessitava di un’operazione per espellerlo“.

Dopo ben otto ore di attesa nel blocco operatorio, le furono estratti 13 litri di liquido infiammatorio che esaminato riportò lo stesso batterio pericolosissimo presente nella ferita: acinetobacterbaumannii. “Questa piccola negligenza unita alla frequente mancanza di professionalità, hanno comportato una permanenza complessiva di 41 giorni in ospedale, con il rischio di poter perdere la vita lasciando quattro figlie a questo mondo, in un ospedale privo del necessario medico, nel quale ho contratto un pericolosissimo batterio e a causa del quale non ho potuto provare l’emozione di allattare mia figlia, non ho potuto vivere con lei il suo primo mese e mezzo di vita.” Sono queste le parole che la ” vittima ” di questa triste storia ha voluto rilasciare e la stessa ci tiene ad evidenziare coloro che invece l’hanno sempre sostenuta e hanno svolto egregiamente il loro lavoro: “Un ringraziamento speciale va alla dott.sa Musella, al dott. Palomba del reparto di ginecologia e al dott. Mangano del reparto di malattie infettive, grazie ai quali sono riuscita a vincere quel maledetto batterio“. Infine l’unica speranza che il soggetto in questione dichiara di avere è che: “Quest’orribile esperienza devastante per me psicologicamente oltre che fisicamente, serva affinché non se verifichino altre e l’unica cosa che chiedo è che sia fatta giustizia per me e per tutte le vittime di malasanità“.

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