Storia dell’antico culto di San Francesco Saverio, storico patrono della Città di Reggio, venerato ad Archi

Sorge ad Archi, nei pressi del Serpentone, una chiesetta dedicata a S. Francesco Saverio.
È una cappella antica, eretta nel 1635, al cui interno è custodita una preziosa statua lignea del Santo.

La tradizione vuole che essa sia stata fatta edificare da alcuni marinai, scampati ad una paurosa tempesta che li aveva colti, mentre navigavano con il loro bastimento, nelle acque dello Stretto di Messina. Si racconta che il capitano e l’equipaggio si rivolsero fiduciosi a San Francesco Saverio, di cui portavano nella nave una statua, invocando aiuto e facendo voto di costruirgli una chiesa dove sarebbero sbarcati.

Il mare divenne immediatamente calmo e i marinai, toccata terra, mantennero la promessa: comprarono il suolo per il sacro edificio ed alcuni terreni adiacenti per il suo mantenimento, e vi lasciarono anche la statua del Santo.

La devozione per l’Apostolo delle Indie si diffuse rapidamente, tanto che la stessa contrada prese il nome di San Francesco Saverio.

San Francesco era il fedele e sicuro protettore degli abitanti della borgata; a Lui ci si rivolgeva per ogni necessità, spirituale o materiale, e quando qualcuno stava male, veniva tolto alla statua del Santo il bastone e portato in casa dell’ammalato per la guarigione.

Fino ad alcuni decenni fa quando ancora nelle abitazioni non vi era l’acqua e quella delle fontane pubbliche era insufficiente per il bucato, le donne del rione si recavano sulla spiaggia, nella parte sud della baia di Pentimele, dove, scavata una buca a pochi metri dalla battigia – “na urna”, come si diceva in dialetto – con l’acqua dolce che copiosa vi affiorava, lavavano i panni o la lana dei materassi. Miracolo, dicevano devote e riconoscenti le persone, miracolo di San Francesco che ha voluto così beneficiare il luogo del suo approdo.

Tra i fedeli che frequentavano la chiesetta, ve n’è stato uno in particolare che ha dato lustro al rione, divenendo la personalità più insigne che il quartiere annovera tra i suoi figli. Si tratta di Mons. Giuseppe Morabito, nato in questa contrada il 5 giugno 1858 e divenuto vescovo di Mileto (oggi in provincia di Vibo Valentia). In questa chiesetta, da bambino, Mons. Morabito apprese le prime nozioni del catechismo e conobbe le virtù di San Francesco, di cui rimase affascinato; qui maturò la vocazione al sacerdozio e con una profonda devozione al Santo crebbe e diventò ministro di Dio. Egli non recitava panegirico, conferenze, o discorsi o prediche per le sante missioni senza l’invocazione a San Francesco Saverio. Mons. Morabito fu un uomo di elevata cultura e di ammirabile sensibilità sociale e umana, che mise in pratica dopo i disastri del terremoto che colpì i paesini della Piana e del vibonese nel 1905. Per venire incontro alle necessità dell’infanzia, degli orfani e degli anziani inerti e bisognosi, fondò in quasi tutti i paesini della sua Diocesi asili infantili, orfanotrofi, ricreatori festivi; a Nao, su una collinetta nei pressi di Vibo Valentia, eresse un Ospedale, che intitolò a San Francesco Saverio.

Per questa sua viva e ardente devozione ebbe da Dio una piccola ricompensa: morì nel giorno liturgico del Santo, il 3 dicembre 1923.

Ritornando al culto di San Francesco Saverio, c’è da dire che fu proclamato anche patrono della città di Reggio. Cita, a proposito, lo storico reggino Spanò-Bolani, nella Cronachetta di notizie varie relative alla Storia di Reggio, in appendice alla sua Storia di Reggio Calabria, che il 27 marzo del 1638, sabato delle Palme, vi fu un tremendo terremoto, che distrusse parte della Calabria. Riportando quanto scritto dal Gesuita Giulio Cesare Recupito nel Nuncius terraemotus Calabriae, dice che Reggio non subì alcun danno e “che fu girata in processione la statua di S. Francesco Saverio, nuovo Patrono della città”.

Molto probabilmente la statua è quella ancor oggi conservata nella suddetta chiesetta di Archi-Pentimele.

 

Il testo, curato dal prof. Saverio Nettuno, è stato tratto dal sito ufficiale della Parrocchia di San Giovanni Battista di Archi.

Leggi anche:

Lascia un commento