ESCLUSIVA – Lo “Zio d’America” esiste: “Reggina? Mai dire mai…”

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Di Roberto Foti – Siamo riusciti a contattare, a seguito dell’articolo uscito qualche giorno fa su Strill, in merito al possibile interessamento dello “Zio d’America” nei confronti della Reggina, il diretto interessato, che, mostrandosi disponibilissimo, ha risposto ad ogni nostra domanda.

All’età di dodici anni è andato via da Marina Gioiosa Ionica, volando in America. Successivamente ha fondato Mediacom, azienda leader nel settore televisivo. Se lo immaginava quando ha lasciato la sua terra di poter avere un successo simile?

No, mai al 100%, è successa una cosa dopo l’altra. Il mio merito è aver lavorato sempre tanto al pieno delle forze, poi ovviamente la fortuna ha girato a mio favore.
Mio padre era prigioniero di guerra, e quindi, giunto in Calabria, ha ricevuto la preferenza, a cospetto magari di altri, a trasferirsi in America. Da una cosa apparentemente negativa è nato qualcosa di meraviglioso. Qui dove sono io la meritocrazia lavora benissimo, anche io mi metto in mezzo, essendo che do borse di studio a ragazzi meritevoli, per esempio.
Qui anche le università ti cambiano la vita, non selezionano e prendono solo “figli di papà” ma selezionano un po ricchi, poveri e sportivi per esempio. A me hanno dato la possibilità di studiare, anche offrendomi il posto letto. Sono andato alla Columbia University. Quando esci da li è più facile trovare un ottimo posto di lavoro. Successivamente ho preso un master e poi sono arrivato a Wall Street. Adesso sono nell’ambito televisivo.

Quando ha lasciato la Calabria era contento? Prevaleva di più l’eccitazione di quello che poteva avvenire o la malinconia di lasciare la propria terra natale?

Io non volevo lasciare la Calabria, avevo 12 anni, avevo gli amici, suonavo la fisarmonica, andavo a mare…assolutamente non volevo. Dopo una settimana di America, però, mi sono innamorato, mi è piaciuta assai: ho conosciuto gli sport americani per esempio (qui il calcio non era considerato). E’ stata una cosa incredibile. In Italia si gioca a calcio 12 mesi l’anno, qui si cambia sempre. Io ho cambiato tre sport in pochi mesi.
Successivamente, quando avevo 13 anni, siamo arrivati a New York, nella quale mio fratello aveva un panificio e sin da quell’età ho iniziato a lavorare oltre ad andare a scuola.

Oltre alla Mediacom, sappiamo che da un po di tempo ha acquisito la squadra dei New York Cosmos, squadra che tra le sue fila annovera Amauri e ha avuto anche calciatori del calibro di Pelè.

Si, era in fallimento, o meglio, quasi. E’ stata riaperta dopo 30 anni di chiusura, e dal 2013, dopo aver vinto tre campionati di Serie B, essendo che qui le promozioni non ci sono per il salto di categoria, si andava verso l’orlo del baratro. Questo è il problema fondamentale del calcio in America, che ci sono categorie che però non includono promozioni o retrocessioni e in questo caso non ci sono stimoli ad investire perchè uno spende soldi per formare una squadra e poi non si arriva a nessun punto.
Mi chiamano il “Salvatore dei Cosmos”, ho iniziato con niente: non c’era la squadra, non c’erano uffici, non c’era un campo di allenamento e tantomeno impianti. In tre mesi ho dovuto sistemare tutto, adesso stiamo andando bene.
In squadra abbiamo avuto Mancini. Adesso abbiamo diversi figli di immigrati italiani, spero di poterne prendere sempre di più. Abbiamo diversi italo-americani nella squadra, incluso l’allenatore.

Sappiamo che lei avrebbe detto di aver scelto di entrare nel mondo del calcio (in questo caso con i New York Cosmos) solo per il significato che la squadra ha per gli italiani di New York, dato che comunque in USA non si è soliti fare business col calcio. E’ cosi?

No, quello che ho detto è che siccome il calcio mi ha donato assai (se non era per il calcio non sarei andato alla Columbia University e non avrei ricevuto le borse di studio), era arrivato il momento che io ritornassi qualcosa al calcio. Il giorno che sono entrato io, i Cosmos erano pronti a chiudere le porte, avevano un’altra offerta da una società che ne voleva acquistare il nome. In 24 ore ho deciso di salvare la squadra.

Sappiamo anche che lei segue o se mi permette, è tifoso della Reggina, è corretto?

Un pochetto, dico la verità. La Reggina non è nemmeno in Serie B e qui è difficile seguirla, anche i TG italiani in onda nei canali americani non ne parlano mai. La mia attenzione è sempre stata verso la Serie A (Juventus più di tutti) anche se sarebbe bello vincesse di più in Europa.
La Reggina comunque è la squadra del nostro paese, non ho mai visto una partita, ma le auguro i miei più grandi auguri e i migliori successi.

Essendo che comunque la Reggina è la squadra della sua terra, e il valore di questa squadra per i reggini è davvero tanto, si potrebbe immaginare un giorno magari alla guida di questa squadra? Un po come ha fatto con i New York Cosmos?

Qui in America, si dice “mai dire mai”, io c’ho una grandissima azienda di 4600 dipendenti, e che opera in moltissimi stati. Abbiamo 1,4 milioni di clienti e un fatturato che supera il miliardo e ottocento milioni. Ancora lavoro tanto. Al momento penso a non rovinare ciò che con i Cosmos ho iniziato ma nel futuro si vedrà. Ho ricevuto diverse offerte già dall’Italia: Roma, Milan, Palermo, Pescara e Catania, ma la mia fede juventina mi ha un po limitato. E’ un po brutto vedere squadre come Milan e Inter in mani non italiane, anche perchè nel Bel Paese ci sono persone che potrebbero entrare nel mondo del calcio.
Per quanto riguarda la Reggina, non posso fare promesse che non posso mantenere, in questo momento non so, in futuro non si sa. Andare piano piano e fare una cosa per volta è stato il successo della mia vita.

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Roberto Foti

Fondatore presso: ReggioInforma e collaboratore presso: TuttoReggina, TuttoMercatoWeb e TuttoLegaPro

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